Zaha HADID, Complesso residenziale Wohnhof, Berlin-Kreuzberg, 1986-1993
Complesso per abitazioni e negozi realizzato sull'angolo acuto tra Stresemannstrasse e Dessauerstrasse. È
stato realizzato in un contesto disordinato e anonimo come quello della periferia "interna" berlinese.
Approfittando del carattere sperimentale dell'iniziativa voluta dall’IBA, la Hadid propone un edificio dal
profilo frastagliato, formato da un corpo a un piano con negozi sormontati da 11 alloggi duplex disposti in
linea e da una torre di sette piani che fuoriesce a sbalzo dalla fragile struttura vetrata della base. Questa
torre è rivestita di pannelli metallici color bronzo che creano effetti di luce cangianti. Ha utilizzato
superfici reciprocamente inclinate che, a seconda del punto di osservazione, sembrano spostarsi. La parte
più innovativa è la torre angolare sghemba e incombente sulla via, il cui profilo tagliente, simile alla prua
di una nave, è ottenuto dall'accostamento di due superfici. La prima, piena e pesante, è la parete rivestita
da fasce di metallo anodizzato che inquadrano le aperture delle finestre. La seconda, leggera e trasparente,
è formata da una vetrata continua, da cui i soggiorni degli appartamenti si affacciano sulla città. L'edificio
critica il contestualismo mimetico del classicismo postmoderno europeo; al contrario esso si relaziona con
violenza nei confronti della città esistente. Seguendo le sue concezioni architettoniche, l’autrice propone
un edificio che si caratterizza per una spiccata direzionalità, tanto da essere paragonato a una freccia, a
un segno che indirizza l’energia dall’edificio verso la via. Dal punto di vista compositivo, il blocco
edilizio è stato destrutturato in volumi che si scontrano disordinatamente tra loro, che sembrano fluttuare
nello spazio, con finestre e pareti di sbieco, tanto da trasformare la costruzione in una scultura
"abitabile". Invece delle forme primarie postmoderne, la Hadid propone il recupero di frammenti della
tradizione moderna e razionalista (tra cui il tetto-giardino, le cellule duplex, la scomposizione neoplastica,
il transatlantico di Le Corbusier, l’astrazione geometrica storica dal Suprematismo al Bauhaus). Contro le
statiche composizioni classiche e regolari che impongono un unico punto di vista, l’autrice propone
un'architettura che, come una sequenza cinematografica, costringe a mutarlo continuamente, stabilendo sempre
nuove relazioni. I volumi instabili, la fragilità statica dell’insieme, lo scontro tra volumi, colori e
materiali, le pareti inclinate, le lastre sospese, gli spigoli acuti come lame intendono comunicare
metaforicamente la precarietà della vita contemporanea.